martedì, settembre 27, 2016

Milano Fashion Week 2016: sfilano Aigner, Elisabetta Franchi e Atsushi Nakashim

Kaledoscopia è il nome della nuova collezione ideata da Cristian Beck, il direttore creativo di Aigner. Come si può intuire dal nome che riporta al Caledoscopio, il punto di partenza della collezione è proprio l'ideazione di una vasta gamma di colori e forme in modo da affascinare coloro che le osservano dalle varie prospettive. I colori utilizzati  si ispirano ai lontani anni 70' : prugna, marrone chiaro e grigio e sono intervallati da tocchi di lime, rosa e mirtillo rosso che sono tonalità vivaci ed estive. L'ispirazione per i tessuti proviene invece dagli anni 90: abbiamo il tulle, la pelle ed il denim e non manca l'utilizzo di paiettes.
L'emblema della femminilità e dell'eleganza è la nuova collezione di Elisabetta Franchi. La linea ha uno stile da red carpet, ci sono abiti dallo spacco vertiginoso, gonne ampie e vestiti da sogno. La donna presa a modello è sicura di se, sfoggia rossetto rosso e non ha paura di osare. Colori come il bianco, l'oro, l'acquamarina e l'applicazione delle paiettes donano luminosità agli abiti e a chi li indossa. La collezione è perfetta per chi non voglia passare inosservata senza però rinunciare ad essere chic, anche questa volta Elisabetta Franchi non ha deluso le aspettative di coloro che desiderano un abito che le faccia sentire delle dive.
Dando sempre uno sguardo al futuro e ad i nuovi talenti non si può non parlare della nuova collezione di Atsushi Nakashima che è riuscito ad approdare a Milano grazie al concorso DHL Exported Cycle2 che l'ha portato dritto alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. L'obiettivo del concorso era proprio quello di sostenere i giovani designer e di far conoscere i loro brand. Per quanto riguarda la collezione le linee sono pulite e minimal ed i volumi over. Ci sono colori come il rosso, il bianco e il nero, il verde ed il grigio e non potevano non essere presenti le fantasie che saranno un must per la prossima stagione. La collezione nel complesso ha personalità e lo stile è moderno e contemporaneo.
Le proposte per la primavera/estate premettono una moda frizzante e giovanile e dai colori vivaci, un revival di varie epoche che spazia dagli anni 70' ai 90' fino ad arrivare a noi e che ci accompagnerà per tutta la stagione calda.

Aurora Pianigiani



Elisabetta Franchi







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venerdì, settembre 23, 2016

Milano Fashion Week 2016: "I love you" la nuova collezione di Cristiano Burani e "l'uso di pillole" by Moschino

Una delle caratteristiche della moda è la sua capacità di reinventarsi così da rimanere al passo con i tempi e  restare sempre attuale. Uno stilista che ha avuto grande capacità di "reinventarsi" è senza dubbio Cristiano Burani, una laurea in medicina e poi il coraggio di dedicarsi alla sua grande passione, la moda. A discapito del primo percorso di studi Burani ha conseguito un master alla Parson's School di New York diventando poi un Fashion Designer di successo, dimostrando che quando si crede nei propri sogni e si ha talento alla fine le soddisfazioni arrivano. Senza dubbio un modello per tanti giovani e che ancora ci fa sperare nel futuro nonostante la grande crisi che sta attraversando l'Italia.
Nella seconda giornata di sfilate ha presentato la sua nuova collezione "I love you"  per la Primavera/Estate e le sue creazioni hanno sfilato allo Scalone Arengario in Piazza Duomo. La prima cosa che colpisce è la scelta dei colori che trasmettono energia e amore per la vita e questo si evince dal nome stesso della linea.  Sono state utilizzate infatti tonalità come l'azzurro ed il giallo lime, il rosso, il verde, il fuxia e l'arancio.
I volumi over e le linee rilassate sono in perfetta linea con uno stile contemporaneo che si adatta perfettamente ai capi quotidiani, ma lo stile è anche allo stesso tempo fresco e ricercato.
Sempre parlando dei talenti emergenti ha lanciato mediante una presentazione la linea per la Primavera/Estate, il Fahion Designer Vladmiro Gioia. I suoi abiti si contraddistinguono per l'artigianalità, l'utilizzo di fantasie e colori che li rendono portabili per ogni occasione anche se ogni capo ha la sua particolarità .
Le sue collezioni sono l'esaltazione del Made in Italy e sono curate nei minimi dettagli riuscendo così a stupire ogni volta.
Per quanto riguarda le idee innovative sono sempre contraddistinte da una buona dose di follia le sfilate di Moschino. Questa volta Jeremy Scot ha portato in passerella delle vere e proprie bambole di carta viventi a cui vengono sovrapposti abiti con le linguette bianche tanto che lo spettatore non riesce quasi a distinguere cosa sia di cartone e cosa sia reale, il tutto contornato da un tendaggio rosso che esalta ancora di più la scenografia. Sempre alle bambole è ispirata la nuova "capsule collection" che nel vero senso della parola è formata da borse, cover e stampe a forma di pillola.  L'ispirazione è arrivata dal libro "La valle delle bambole" di Jacqueline Susann che parla di ragazze che riescono a far successo nel mondo dello spettacolo e che di pillole finiscono per abusarne.
Una visione irriverente, ironica e pop del mondo di oggi con uno stile inconfondibile firmato by Moschino.

Aurora Pianigini




Sfilata Cristiano Burani
















Presentazione Vladmiro Gioia











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Milano Fashion Week 2016: gli eterni 70' di Roberto Cavalli, l'inguaribile romantica Alberta Ferretti e la donna ribelle di Fausto Puglisi

Si è svolta la prima giornata di sfilate alla settimana della moda di Milano in cui sono state presentate alcune tra le proposte di moda donna per la primavera/estate. Pur essendo ancora difficile riuscire a delineare una tendenza precisa per la prossima stagione, possiamo già curiosare tra le collezioni dei vari stilisti così da captare come ognuno di loro abbia pensato di abbiagliare la donna secondo il proprio stile. Tra le poche certezze che abbiamo di certo c'è quella di sapere che nessuno fa rivivere gli anni 70' come Roberto Cavalli e questa volta l'ispirazione parte dalla lontane Americhe. Peter Dundas è il direttore creativo della linea ed egli stesso ha sostenuto che l'ispirazione sia arrivata grazie ad un viaggio in America alla scoperta dei nativi americani. Infatti abiti portati in scena rimandano ad
uno stile etnico/hippie che con la mente ci porta immediatamente ad un paese lontano, anche grazie all'utilizzo degli accessori quali collane etniche e tessuti come il patchwork e il denium. I colori utilizzati sono principalmente caldi e vi sono tantissimi motivi che danno movimento agli abiti come ad esempio le righe e il maculato. Una collezione che sicuramente farà scalpore e che spicca per l'anima multietnica a cui tutte coloro che si sentono dentro un pò "gipsy" non sapranno resistere.
Nella sfilata di Alberta Ferretti, sono state le sarte ad accogliere gli spettatori ed è stato un bellissimo omaggio alla sartoria italiana rendendo partecipi allo show anche coloro che lavorano dietro le quinte. La collezione della stilista spicca per rendere la donna sensuale ma allo stesso tempo romantica senza mai cadere nella volgarità. Stupendi i ricami ed altrettanto le maxi gonne dai volumi ampi. L'utilizzo dello chiffon e del tulle ci fanno subito sognare, i colori usati sono vivaci e ci riportano immediatamente alla primavera .
La collezione che presenta Fausto Puglisi ha invece un'anima ribelle, contrassegnata da spacchi profondi e asimmetrici e dall'uso di stampe ed anche di simboli barocchi la cui ispirazione
proviene dalla sua amata Sicilia.
Come abbiamo anticipato ancora è difficile delineare una sola tendenza per la prossima stagione.
Possiamo piuttosto parlare di più tendenze e di spunti che provengono ogni parte del mondo, grazie ad una mentalità cosmopolita che anche nella moda sta annientando i confini.

Aurora Pianigiani



Roberto Cavalli





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giovedì, settembre 22, 2016

Milano Fashion Week 2016: le nuove proposte per la primavera/estate, sfilate ed eventi in tutta la città

Tutto il mondo della moda è arrivato a Milano, sono aperte le danze per la tanto attesa fashion week che si terrà dal 21 al 26 settembre in città. Assisteremo oltre che alle numerose sfilate anche ad un numero altrettanto alto di presentazioni ed eventi. Sono infatti previste 71 sfilate, 90 presentazioni e 31 eventi in calendario per un totale di 176 collezioni. Oltre ai nomi di stilisti già noti in calendario faranno il loro ingresso per la prima volta le maison Giamba, linea di Giambattista Valli nata nel 2014; Wunderkind, brand tedesco disegnato da Wolfgang Joop e Ricostru, un marchio fondato in Cina nel 2011 da Rico Manchit ospitato da Giorgio Armani che ancora una volta da sostegno ai giovani designer.
A rompere il ghiaccio nella prima giornata di sfilate sono nomi come Grinko, Gucci, Fausto Puglisi, Roberto Cavalli e per concludere Philippe Plein. Si terrà poi un importante evento culturale, ossia la mostra "Crafting the Future, storie di artigianalità e innovazione", organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana presso il Mudec che sarà accessibile ai visitatori gratuitamente fino al 31 ottobre. Questo progetto si sposa perfettamente con l'idea di creare una moda più accessibile ed aperta al pubblico, chi vuole potrà oltretutto recarsi dal 21 al 26 settembre al Fashion Hub presso l'Unicredit Pavillon in Piazza Gae Aulenti per vedere le creazioni dei 14 designer di talento scelti dalla CNMI.
Nella giornata di oggi inoltre il designer Alberto Zambelli debutta al timone del marchioTychemos fondato dall'imprenditore Stefano Sorlini per un progetto che come affermò egli stesso si ispira alla "ricerca del bello", in cui ogni abito punta ad essere un pezzo unico da ammirare al pari di un'opera d'arte esposta in un museo.
Proseguiremo poi seguendo le prossime giornate in cui il programma non sarà di certo da meno ed in passerella vedremo le creazioni di nomi tra cui Max Mara, Fendi, Les Copains, Prada, Moschino, Giorgio Armani, Etro, Versace, Leitmotiv, Missoni, Trussardi , Laura Biagiotti e Dsquared. L'ultima giornata del 26 settembre sarà dedicata alle nuove promesse della moda tra cui ci saranno Lucio Vanotti, Piccione.Piccione e San Andres Milano nella nuova location di Via Savona 56.
In definitiva Milano si riconferma il cuore della moda in Italia e nel mondo, le premesse sono ottime sia per le collezioni di stilisti già noti che per il lancio dei talenti emergenti. Per fortuna le nuove promesse nella moda non ci mancano e speriamo riescano a sfruttare al meglio questa meravigliosa vetrina che darà loro momento di grande visibilità ed un'immancabile occasione di networking e business.

Aurora Pianigiani




TYCHEMOS – Arte e Moda










Fashion Hub








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mercoledì, settembre 21, 2016

Il tempo fa il suo mestiere, spazio Novecento

Un calesse manovrato con poca cura scalpita indomito attraversando le campagne rumene di inizio secolo. Sara è ancora e solo un’adolescente ostile e irrequieta. Non sa bene cos’è l’amore quando incontra Giuseppe quel giorno di febbraio. Sa di desiderare la libertà e di essere la quinta femmina, sesta in ordine di nascita, dei quindici figli di Mosè e Malca Rosenberg, di appartenere a una famiglia ebrea di etnia tedesca, benestante e fortunata nel commercio dei tessuti e di non essere come la sorella Rebecca, più grande e giudiziosa, sistemata con quello giusto. Di memoria classica e biblica insieme, fragilissima e tutta d’un pezzo, è l’Antigone furente della legge del padre, per la legge del cuore. Sara e un corpo troppo importante, e una passione di mattina, fatale, all’improvviso. Sara e la maledizione di un parto gemellare e di una maternità precoce e imperfetta, che non sarà mai più tutta sua. Ha infranto le regole, e poi, è per il suo bene.

Il focolare domestico tiene assieme e ricompatta. Silenzi, rivelazioni, tentativi di riscatto. Un ordito a riparare e un ritratto di famiglia che è velluto e seta insieme, segreti e vecchi merletti, non detto che sbotta torrenziale sulla pagina, sacra rappresentazione. Densamente popolato e simbolico, di pezze strappate dalla parte del cuore e di codici, silenzi, maniere, cose da maschi. Affresco intimo e travolgente di cerimonie e affanni, grida da reprimere e pasticci da seppellire, Il tempo fa il suo mestiere è la narrazione epica e dolorosa di un gigantesco misfatto della coscienza, di un peccato originale,  laddove il gancio della memoria storica si sfalda nelle dense e sofferte declinazioni di quella individuale. Memoria esule, colpevole, disgraziata, dedalo patrilineare in cui il movimento della diaspora (che è anche esistenziale, di sentimenti e di intenzioni), impregna forma e sostanza stessa del romanzo, nel segno universale della redenzione e della vergogna, dei linguaggi che si mescolano, delle fedi che (si) accendono.
Nella generosa e accurata incubazione, attraverso le generazioni, castrate dall’impossibilità di esporsi, di indignarsi, di esprimere profondamente se stesse, Mariastella Eisenberg, signora padrona della narrazione, di mamma napoletana e padre ebreo di etnia tedesca, ci dice con pazienza e devozione di una guerra dei cent’anni del cuore e delle ragioni private. Gli anni e i segreti addosso, mentre il tempo passa e fa il suo lavoro. Le maglie del racconto stringono e distanziano luoghi e momenti, indugiano per allentare e tornano vive, in un dialogo incessante e prezioso tra prosa e documento, incrociati a mestiere con garbo e prontezza, nel complicato e infattibile processo di rimozione.

Romanzo storico, epistolare, di denuncia, dall’infinita ricchezza descrittiva, la saga dei Rosenberg attraversa robusta e ben caratterizzata una parabola che si snoda tra la Romania di inizio Novecento, l’Italia degli anni Cinquanta, e la Gerusalemme dei giorni nostri, dove la trama tende e finalmente si riposa.
Un esercito di dannati senza terra avanza errante sul nastro che scorre e comprime tutto. A guardarsi vivere nelle vite degli altri, castigati tra la difficoltà di volgersi indietro e l’impossibilità di guardare avanti. Nella dissoluzione delle identità e nel dramma della sopravvivenza, la maternità è abortita, negata, e la donna che è tante donne e che non vorrebbe rassegnarsi al proprio ruolo di moglie e madre, resiste, dà il passo, e ci perde quasi il senno.

Erika Di Giulio


Il tempo fa il suo mestiere
Autrice: Mariastella Eisenberg
Casa Editrice: Edizioni Spartaco, 2016
Pagine: 287


domenica, settembre 18, 2016

"I, Daniel Blake" di Ken Loach: il carpentiere gentiluomo

Daniel Blake è un gentiluomo, di quelli che non si vedono più, è un carpentiere, che ha avuto un gravissimo infarto e per questo motivo gli è stato imposto dai suoi medici di non lavorare più. Per fare questo deve farsi approvare un’indennità mensile per malattia. E deve passare per la burocrazia britannica, che al confronto quella italiana – per certi versi – è meno kafkiana.
Di uomini come Daniel Blake sembra non ce ne siano, ma invece ce ne sono, di quelli che sanno fare tutto con le mani tranne utilizzare il mouse di un computer, di quelli che sanno dire una parola gentile e non passano indifferenti davanti alle disgrazie degli altri; sua moglie, che ha curato per tutta la vita, è morta, non ha più nessuno. La società però sembra avere cancellato dalla memoria le persone come lui, perché ora che non sta più bene e lui cerca di spiegare il perché non è ascoltato, perché le sue parole non entrano dentro il quadratino di una casella. Così, per avere quello che gli spetta, sbatte tutti i giorni contro il muro di gomma dello Stato, che gli dice che lui non è inabile al lavoro, anche se glielo hanno certificato fior fior di cardiologi, ma gli impiegati della cassa assistenziale dicono che in base alle risposte che ha dato lui è abile, può lavorare, perché anche se il suo cuore è malatissimo può indossare un cappello da solo e comporre i numeri sulla tastiera del telefono! Ma il suo cuore, come dice lui stesso, è lontano dalle sue mani e dalle sue dita e dai suoi piedi. È in un altro punto del corpo.
Ad una donna sola con due figli piccoli che conosce mentre si trova in quel posto infernale succede anche di peggio: viene multata perché è arrivata tardi a ritirare il sussidio. Pian piano si aiuteranno l’un con l’altro, ma lo Stato del welfare, tradito dalla Thatcher e da tutti coloro che sono venuti dopo di lei, fa tutto fuorché aiutare i cittadini in difficoltà, anzi gliele aumenta, probabilmente per distruggere anche l’ultimo briciolo di dignità. Ed è questa la cosa migliore di Daniel Blake, lui non è forte coi deboli e debole coi forti, come fanno tutti, lui ha una parola gentile e nel suo piccolo fa quel che può. È questo forse il messaggio più grande: la capacità di quest’uomo di essere migliore dello Stato che (non) lo rappresenta e dare speranza col suo comportamento, l’altruismo, l’umorismo e la dignità, che non dovrebbero essere parole passate di moda, ma tramandate e insegnate e non prese in giro.
A dirigere un’opera del genere non poteva che essere un maestro del cinema d’impegno come Ken Loach, classe 1936, 80 anni quest’anno, per l’appunto, e un’etica per il prossimo e un rispetto per la dignità, che trasla nel suo stesso protagonista, che non si vedono più come dicevamo, figlio di un cinema nel quale si è formato e a cui lui stesso ha dato vigore, il free cinema degli angry young men, degli anni Sessanta nel contesto delle lotte operaie inglesi, di una democrazia e lotta di classe nel paese per eccellenza del classismo. I, Daniel Blake, già il titolo sintetizza tutto il film, ovvero l’affermazione di sé stessi e dei propri diritti, della propria dignità (questa parola chi scrive continua a ripeterla non perché non ne trova altre, ma per ricordarla a chi legge) racconta i gironi dell’inferno dei moduli da compilare, delle schede, delle attese al telefono per una voce registrata perché l’operatore non c’è mai, per ottenere quello che spetta e che non si ottiene perché l’era dei computer ci ha reso tutti delle macchine senza empatia e senza sentimenti e ci si sorprende del contrario, magari anche di un film così, che però ha scosso la giuria del Festival di Cannes e ha scosso moltissime persone che lo hanno visto, compreso chi scrive questa recensione. Ed è un film da vedere perché non solo racconta tutto questo, con tutta una serie di sotto-storie terribili e interessanti, ma la capacità del regista e del fido collaboratore che sceneggia Paul Laverty non è quella di essere ingenui verso la società che descrivono perché raccontano un pezzo di verità importante. Dopo il Belgio dei fratelli Dardenne in e la Francia di Stéphane Brizé con, torna il mondo del lavoro inglese di Ken Loach.

Erminio Fischetti







I, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Interpreti: Dave Johns, Hayley Squires, Sharon Percy, Briana Shann
Produzione: UK/Francia/Belgio, 2016
Durata: 100’
Distribuzione: Cinema, 21 ottobre 2016
Voto: 4,5/5


Raccontaci nei commenti quali film di Ken Loach hai visto



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mercoledì, settembre 14, 2016

New York Fashion Week 2016: le due facce degli States e scenari da fiaba

Arte e moda a New York  si uniscono in un connubio che lascia senza fiato e sfilano le modelle di Tory Burch nel Guggenheim Museum. Senza dubbio la moda è lo specchio della società e quello che abbiamo visto in passerella ci racconta di un nord America diviso in due, uno scontro tra l’anima più elegante e raffinata della Upper Class e l’altra più hippie e folk della West Coast. Giocare sui contrasti si rivela una scelta vincente, in questo caso vale la regola dei due opposti che si attraggono ed è proprio dalla fusione di due stili apparentemente contrastanti e diversi che emerge un look dinamico che si adatta perfettamente alla donna di oggi. Una figura intraprendente che abbatte l’idea di un inquadramento per stereotipi sia nella moda che nella vita, colei per cui è pensata la collezione della stilista, che unisce a capi classici anche alcuni più sportivi capaci così di rispondere ad ogni esigenza.
Nelle passerelle americane non passa poi di certo inosservata la collezione di Zac Posen. Le sue creazioni hanno linee pulite ed eleganti per donne altrettanto sofisticate e mai fuori posto. A fare la differenza sono in questo caso tessuti broccati, ricami floreali e tulle.
Eccentrico, fuori dalle righe e mai scontato si rivela lo show di Thom Browne. Lo stilista riesce a far emergere le sue sfilate grazie a scenari che potremmo definire quasi da fiaba, capaci di sbalordire ed ammaliare lo spettatore creando uno spettacolo che di certo non rischia di cadere nell'anonimato.
Anche quest’anno infatti non sono state deluse le aspettative, è stato allestito un pavimento di piastrelle colorate che ci proietta subito in una piscina newyorkese, in cui emergono capi dai colori pastello, uomini travestiti da gatto e da piccione… insomma un evento al confine tra una sfilata di moda ed uno spettacolo teatrale che va ben oltre la presentazione degli abiti, ogni collezione racconta una storia.
La moda nel 2016 ormai libera da vincoli e ben al di fuori da rigidi schemi si presenta al massimo della sua creatività e versatilità, unisce stili e culture diverse ed è in grado di rinnovare ciò che ormai sembrava perduto nel tempo. In  un contesto dove tutto è stato detto e tutto è stato fatto creare qualcosa di nuovo, qualcosa che sia in grado di stupire, non è di certo un'impresa di poco conto.

Aurora Pianigiani







Raccontaci, nei commenti, qual'è l'abbigliamento che preferisci?


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lunedì, settembre 12, 2016

Esce il nuovo album dei Redeem: rock post depressivo-progressivo senza freni

Awake è il terzo album dei Redeem che presenta sonorità dure, potenti ed energiche e si dimostra appassionato, caldo e nel contempo estremamente emancipato ed emancipatorio. I testi delle canzoni sono alcuni in italiano e altri in inglese e danno un sapore glocal a tutto il lavoro. Awake è il primo album dei Redeem registrato con il bassista Alessio Piazza e La Luna, pezzo dantesco inedito, visceralmente romantico, spicca nel suo splendore, narrando  i tormenti amorosi interiori di un ragazzo che è stato lasciato.
I Redeem, svizzeri, si caratterizzano per un alternative rock dal sapore progressivo con venature hard rock dal sostrato melodico: un connubio estremamente piacevole, potente ed energico, in cui il lato passionale “Sturm und Drang”, si stempera nel ritmo incalzante infondendo una grandissima speranza e energia. Il primo singolo Borderline è un’energica ballata dal potenziale esplosivo, in cui si raccontano gli alti e bassi di una relazione pervasa da un senso di gabbia esistenziale, simile ai sintomi del disturbo omonimo.
Quindi  l'amore, in questa opera, viene raffigurato come sofferenza, perdita e stato psicotico depressivo, insomma un entità deformata. Tuttavia i sentimenti dolorosi di abbandono e squilibrio si nascondono dietro un energia destabilizzante ma anche costruttiva, che dalla perdizione porta alla grinta di ricostruirsi perché niente è perduto. Davanti all'impotenza dei singoli che soccombono nel gruppo, l'energia emanata da questa opera produce il riscatto dei vinti. Il rock ha un potere in più rispetto alla poesia, non può rimanere relegato ad un pessimismo cosmico fine a se stesso: deve reagire, liberarsi, liberare, è la sua natura. Le venature metal tingono tutto di un tono dark, apparente, di fondo.  Nella desolazione narrata, i Redeem, riescono ad infondere forza e fiducia. Ne esce un prodotto fresco e creativo, senza compromessi, in quanto l'emarginazione crea lo scompenso, ma la musica fornisce l'antidoto, ancora una volta, per ribellarsi, reagire e combattere. Solo la forza dell'individuo può abbattere il male, così patinato ed insospettabile ai giorni nostri, ma anche la mente e il negativo che noi creiamo con i nostri pensieri si può addirittura modificare con solo dei giochi di mera psicologia inversa, in quanto puro inganno dell'anima.

Sonia Cincinelli







Raccontaci nei commenti che ruolo ha la musica nelle tue giornate


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domenica, settembre 11, 2016

"Tommaso" di Kim Rossi Stuart: opera dalle venature misogine

Tommaso è la seconda regia di Kim Rossi Stuart dopo Anche libero va bene, a distanza di ben undici anni. E ne è anche il seguito ideale perché racconta la storia di quel Tommi che ora è diventato grande. Tommaso Benetti è cresciuto ed è interpretato proprio da Rossi Stuart, che nel precedente interpretava il rigido papà Renato, che ora non c’è più. Adesso c’è Stefania, quella madre allora assente, ora sola e avanti negli anni. Tommaso è un attore e regista quarantenne più o meno depresso che non riesce a tenere in piedi una relazione e non riesce a liberare il bambino che è in lui. Purtroppo non sa essere del tutto equilibrato nei rapporti con gli altri. È nevrotico, solo e infelice, e di fatto è una persona che non riesce a dare niente al prossimo. Kim Rossi Stuart ci ha messo nove anni a completare la sceneggiatura di questo film, ed è una cosa che si sente, perché non solo risulta anacronistico, ma perde di vista l’intento rivelandosi un grande calderone che vorrebbe ambire a citare la commedia all’italiana grottesca e scollacciata degli anni Sessanta, in particolare Risi e Ferreri, senza disdegnare nemmeno Fellini, il primo Moretti, Truffaut e persino Bergman. Senza esagerare le velleità sono queste, ma a conti fatti Tommaso, presentato fuori concorso alla settantatreesima edizione della mostra d'arte cinematografica di Venezia, si rivela pieno di pretese, vorrebbe, come al solito, prendere troppo sul serio, forse criticandoli, in realtà avallandoli, i radical chic pieni di idiosincrasie, egoisti, vacui, capaci pensare solo ai loro problemucci. Perché è questo che viene fuori nella ricostruzione grottesca del personaggio di Tommaso, che si lamenta di non riuscire a trovare la donna giusta, ma nemmeno vuole farlo: né vuole lavorare. La sua opera prima, infatti, non ha proprio intenzione di dirigerla. Ha venature che appaiono persino misogine, e un po' volgari, e le interpretazioni, in generale, non convincono.

Erminio Fischetti








Tommaso
Regia: Kim Rossi Stuart
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Cristiana Capotondi, Camilla Diana,
Jasmine Trinca, Dagmar Lassander, Renato Scarpa, Edoardo Pesce, Serra Ylmaz
Produzione: Italia, 2016
Durata: 97’
Distribuzione: 01, 8 dicembre 2016. 
Voto: 2/5

Secondo te, la misoginia è una piaga sociale in Italia? Scrivi la tua opinione nei commenti!


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giovedì, settembre 01, 2016

ACME': un tuffo nella nuova arte al festival di Sarzana













Settima edizione per il festival culturale ACME', che si tiene il 9, 10, 11 Settembre 2016 a Sarzana presso la fortezza Firmafede (SP). Evento realizzato con il supporto del Comune di Sarzana, appunto, e di Arci val di Magra che, anche quest’anno, ha dato opportunità all'arte, agli artisti, e a tutti i simpatizzanti, di far sentire la propria voce e mostrare il proprio estro.
Nell'antica Grecia con Acmé si indicava la parte più spensierata della vita: la giovinezza, l'età dell'oro, il punto culminante, il momento di maggior splendore, produttività e prosperità. Oggi con questo termine si indicano gli artisti creativi e i musicisti. ACME' è un progetto nato da ragazzi sarzanesi per esprimere un nuovo punto di vista attraverso l'arte: fotografia, musica, teatro, pittura, fumetto, artigianato e da quest'anno scultura.
Lo scopo della manifestazione è miscelare forme ed espressioni della creatività, far interagire tra loro esperienze diverse. L'evento si svolge ogni anno nella pittoresca Cittadella di Sarzana (SP) nella quale i giovani under 35 hanno l'opportunità di esporre la propria creatività attraverso mostre, che sono le protagoniste dell'happening. Sono aperti i bandi di partecipazione per tutti i giovani che vogliono aderire e chiuderanno il 14 agosto 2016. Gli artisti si possono cimentare in un progetto finalizzato alla diffusione della nuova arte, organizzato da giovani.
Ospiti d'onore i Maganoidi che si esibiranno il 9 agosto.
Potere all'immaginazione quindi, in un evento pensato per accogliere la creatività e le produzioni giovanili. In un Paese in cui le idee dei più giovani sono strozzate dalla prepotenza di modalità arcaiche di gestione del potere da parte dei più anziani, un iniziativa di questo genere dona linfa vitale al genio creativo, portando nuovi stimoli nell'ambito artistico, così che ci si può confrontare in modo sano, anche perché artisti navigati possono imparare dalla freschezza e l'innovazione dei neofiti.

Sonia Cincinelli








Edizioni precedenti:






Dove alloggiare: www.myristo.it

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sabato, agosto 27, 2016

"Un padre, una figlia" di Cristian Mungiu: cinema rumeno in primo piano

Negli ultimi anni, il cinema rumeno si sta imponendo sempre di più nel panorama cinematografico internazionale. Ne è stato ricevuto un grande riscontro al Festival di Cannes, la vetrina per eccellenza della stagione filmica: Sieranevada di Cristi Puiu e Un padre, una figlia di Cristian Mungiu infatti, in questa sede, hanno ottenuto forti riscontri dalla critica, tanto che quest’ultimo ha vinto anche il premio per la migliore regia, ex-aequo con il meno apprezzato Personal Shopper di Olivier Assayas. Ed in effetti il cinema rumeno è stato sdoganato proprio con le figure di Puiu e soprattutto di Mungiu, autori che hanno fotografato un Paese di contraddizioni e mancanze che sta facendo i conti con un passato dolorosissimo che pesa su un futuro che fatica a decollare. Un padre, una figlia, arriva dopo la Palma d’Oro a Cannes di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e Oltre le colline (sempre a Cannes premiato per la migliore sceneggiatura e per le due attrici protagoniste Crstina Flutur e Cosmina Stratan) ed è la summa, il più compiuto dei tre. Racconta la storia di Romeo, un medico che è rimasto nel suo Paese alla fine del comunismo 25 anni fa sperando in un futuro migliore e con questo ha dovuto fare i conti. Per sua figlia, brava e dotata, vede un futuro in Inghilterra dove ha ottenuto una borsa di studio in psicologia a Cambridge per meriti scolastici.
Il sogno purtroppo, però, potrebbe andare in frantumi perché il giorno prima degli esami di stato viene aggredita da uno sconosciuto.
Il trauma psicologico e un braccio rotto, che impedisce alla ragazza di scrivere velocemente, potrebbero comprometterne l'avvenire anche perché la follia di un sistema malato e la burocrazia portano il padre a dover compiere azioni molto distanti dall'etica che ha insegnato alla figlia.

Eppure il tempo lo ha già portato a non essere il modello che crede di essere agli occhi della figlia: è sposato con una bibliotecaria più che altro depressa, che tradisce con una donna, in fondo stanca di essere “l’altra”, che ha un figlio piccolo con problemi di pronuncia che non vuole mandare nella scuola dove lei insegna perché se va in una scuola migliore per imparare l’inglese lui può sperare in qualcosa di meglio.
Ma a quella scuola (pubblica per inciso) non ci può andare perché pur non essendo cominciate ancora le iscrizioni i posti disponibili sono già esauriti. Hanno tutti ragione e hanno tutti torto, persino il corrotto responsabile delle dogane che insiste per dare una bustarella al dottore prima di operarlo perché si sente più sicuro, in questo splendido film che è costruito come un dramma da camera, ma ha l’ampiezza dei luoghi e degli spazi, della casa, del commissariato di polizia, degli uffici, della scuola, dell’ospedale, della biblioteca. Gli spazi “angusti” del nostro sistema societario, che vengono presi in esame uno per uno attraverso la figura di quest’uomo disperato, che a tratti sembra una di quelle madri terribili che vogliono che le figlie sfondino nel mondo dello spettacolo perché non ci sono riuscite loro, così ben raccontate nel cinema hollywoodiano. Qui però è un padre che sa che per la figlia in una società fondata sulle raccomandazioni, sul mutuo scambio di favori, dove è proprio il sistema pubblico e politico ad averlo costruito, non c’è spazio. Non potrebbe sopravvivere ad un sistema così perché lui le ha insegnato che se ci si impegna si può volare alto (in qualunque altro posto, ma non in Romania).

Bisogna andare via, ma poi la madre di lui, che ha vissuto in un altro mondo ancora gli ricorda che in fondo se tutti se ne vanno quel posto nessuno lo cambierà mai e al diniego di lui che le ricorda che è rimasto e la sua generazione non ha cambiato nulla, lei da saggia le risponde che hanno fatto quello che hanno potuto. E forse sta tutta qui la chiave di lettura dell’opera di Mungiu ed ha un’anima kafkiana per come è congegnato, quindi è alta letteratura che diventa altissimo e puro cinema, composto di qualità estetica e di contenuti, in primis dove si trova la linea del bene e del male, ma anche la farraginosità e l’ipocrisia, nonché la mancanza di empatia nei confronti del prossimo. E in fondo basterebbe un minimo di buon senso per far andare le cose come dovrebbero. Con una recitazione di ottimo livello (in particolare il ritratto della figura paterna di Adrian Titieni, ma anche la moglie e la figlia interpretate rispettivamente da Lia Bugnar e Maria-Victoria Dragus gli tengono testa), dialoghi perfetti e una regia - ça va sans dire – magistrale, un film la cui drammatizzazione è costruita in crescendo fino a trovare, nel bellissimo e in fondo commovente finale, una traccia di speranza nel nostro mondo nichilista, abbrutito, egoista dove i genitori possono – e alle volte devono – imparare anche dai figli.

Erminio Fischetti







Un padre, una figlia
Bacalaureat
Regia: Cristian Mungiu
Interpreti:  Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Rares Andrici, Lia Bugnar, Malina Manovici
Produzione: Romania, 2016
Durata: 128’
Distribuzione: Bim, 30 agosto 2016
Voto: 4,5/5



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martedì, agosto 23, 2016

Madness Poems, dei sensi erranti e sull’immortalità della poesia

Arrabbiato con i sogni scadenti. Un poeta sul tetto che scotta, a raccogliere pure la tosse e il sangue degli alberi in cambio di un’illuminazione autentica. Dio l’hai invitato, ma quello non si è mai presentato. Un poeta mortale alla ricerca di un brandello di vita, bestia randagia, narici grosse e zampe ferite, la notte è la tua preferita e le stelle stanno a guardare. La poesia è come un aeroplano di carta, leggera e fragile, ali pizzute, arriva dappertutto. Dovremmo tornare ad annusarci come i cani, percorrendo le distanze e annullando gradi di separazione. Tu aspetti la salvezza, redento da un bacio e da un paio di labbra, ci fermi i tremori con la poesia, tamponi le ferite. Il crepitio del fuoco sacro non smette mai e tutte le cose belle e anche tristi te le conservi sulla punta della lingua.

Canti di dolore e morte, notti senza sonno, spazi immensi, dolci uragani che riportano in salvo. Il mare nero delle emozioni che ristagnano nella piaga dell’oblio, la furia impetuosa delle passioni che drizzano i nervi. Gusto spesso di un flusso di coscienza circolare che si rompe, ossa contro ossa. Bolle d’amore e odio. Versi contro lo svuotamento di senso del reale e dei segni che si disperdono e non significano più. 


Tra le mani sudate del poeta scivolano odorosi i corpi, e poi anime, labbra. Umide di desideri. Parole e non detto. Invocazioni e dolcissime rese. Amori feroci di neve tagliente. Leggi cosmiche e uomini piccolissimi nel pantano della prosa, allo spaccio di ideali. Maledetti, che non (si) bastano.  Seduti in faccia ai falsi, hanno finito il colore per il cielo. Percorrono strade che fanno male e che non sanno più raccontare. Poveracci senza niente dentro l’anima.

Sei il vate delle muse rapaci e delle femmine di poesia che ci dipendi e ti fanno impazzire. Cavalchi amore, erotismo e passione. Hai bisogno di sentire le piccole cose inesistenti. Poeta, l’umanità ti è cara nella sua indolenza, il tuo sguardo obliquo e pervasivo ci passa attraverso, penetrando la verità ultima della creazione, valicando i confini dell'autoreferenzialità e della masturbazione lirica, dell’inettitudine dilagante per viaggiare da fermo nel chiaroscuro dell’amore e di tutte le occasioni mancate, grandi e piccole. Poesia di corteccia bagnata, fiore e spada, a grattare con le unghie le suggestioni che si disperdono nel rumore del silenzio, che non smette mai di borbottare. Scavalcamenti e anafore, chiasmi e ossessioni, rime a fare l’amore, sperimentazioni sonore e guglie crepuscolari. E la fama è puzzolente, meglio i sogni nelle scatole di scarpe.

Scrittore poeta errante e fondatore di Crossing Poetry, Jake Matthews, resuscita fantasmi da macerie nucleari, e tutte le cose sbagliate che esistono tremendamente e i desideri mezzi avvelenati che non si espandono. Una poesia di finestre spalancate e letti sfatti, correnti d’aria e gambe belle delle donne che ti ci perdi, di esistenze dannate, alcol, corpi arresi, anarchia, esplosioni sinestetiche. Una lotta, piedi nudi, per non smarrire la capacità di meravigliarsi, linfa vitale del poeta, di soffrire per amori con le zanne e per quest’umanità fatta male, che non ha mai imparato a volare. Che là fuori è un brutto mondo e allora è meglio correre a svenire da Lei, tanto se aspetti qualcosa dal cielo, stai fresco. Per Matthews i versi sono il luogo poetico e resistente dell’immortalità, nella sovrapposizione degli umori incerti e romantici e dei fatali sensi di ragno. Un patto col diavolo nel falò delle passioni dolciamare, il miracolo dei pensieri sciolti al buio, l’impasse creativa, un acido di sola andata. E ali di cera, che il sole brucia sempre, anche se gli hanno sparato addosso.

Erika Di Giulio







Madness Poems
Autore: Jake Matthews
Casa editrice: Miraggi Edizioni, 2016
Pagine: 91


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giovedì, agosto 18, 2016

"Julieta" di Pedro Almodóvar: nuova opera del maestro intoccabile

C’era una volta Pedro Almodóvar. Con il suo cinema. Che rielaborava le sue ossessioni: la memoria, le donne, la tragedia (in chiave greca), la perdita, la morte. Con la sua cifra stilistica, il grottesco, la parodia, la Spagna che usciva dal grigiore franchista, era tutta una miscellanea di colori, forti, accesi, belli. In ordine sparso: Tutto su mia madre. Parla con lei. Donne sull’orlo di una crisi di nervi. La mala educación. Fino a Volver e, perché no, con le sue imperfezioni anche Gli abbracci spezzati. Citazioni. Divertissement. Storie di donne. Arriva Julieta, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Le solite ossessioni. Ma declinate male. Si cita il Pontos greco, la mitologia prende corpo per raccontare la storia di Julieta, che a Madrid in un appartamento borghese racconta in un diario alla figlia scomparsa la verità sul suo passato, su suo padre, su sua nonna, sull’uomo del treno, sull’amica del padre, sulla governante. Le dice tutto in quelle pagine che riportano indietro una vita che aveva seppellito. Grazie anche all’aiuto di Lorenzo Gentile. C’è un treno. C’è il rosso. Ci sono gli anni Ottanta. C’è il sesso. Ci sono citazioni di Alfred Hitchcock e in particolare di Rebecca, la prima moglie. Perché in questo film c’è il mare, la governante sinistra, una prima moglie morta che non compare mai, una tempesta, una barca che affonda, qualche elemento lesbico ben nascosto, e un titolo con un nome femminile. C’è un po’ di tutto di quel film. Mescolato per imbrogliare le carte. Ma mescolato molto male, con dialoghi da telenovela. Citate anche quelle. La base ufficiale però sono quattro racconti del premio Nobel Alice Munro. Nota per scrivere short stories piuttosto asciutte, molto lontane dalla poetica del regista, noto invece per la sua estetica fatta di eccessi. Il problema di fondo è che Pedro Almodóvar è diventato maestro intoccabile e come tutti i maestri intoccabili può fare un po’ quel che vuole. Non c’è nessuno che gli ricorda di tornare in carreggiata. O meglio hanno probabilmente tutte le maestranze il timore reverenziale di introdurre quelle due lettere: “ma…”. E quando accede così spesso ci si perde nella noia di una cinematografia che non sa più che dire. Il surrealismo, il grottesco, tutti quegli elementi che sono stati alla base di tanta letteratura latina purtroppo si perdono nell’oblio e anche qualche intuito, qualche cosa non del tutto invereconda resta persa in una realizzazione che è ciarpame. Eppure gli interpreti sono bravi, in particolare le due versioni giovane e di mezz’età della Julieta del titolo, Adriana Ugarte e Emma Suárez.

Erminio Fischetti






Julieta
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Adriana Ugarte, Emma Suárez, Daniel Grao, 
Dario Grandinetti, Inma Cuesta, Rossy de Palma
Produzione: Spagna, 2016
Durata: 98’
Distribuzione: Warner Bros., 26 maggio 2016
Voto: 2/5


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lunedì, agosto 15, 2016

Moda 2016/2017: hippy e punk, accoppiata vincente!

Vuoi apparire alternativa, elegante e sofisticata al contempo: per l'estate 2016 e l'autunno inverno 2016/2017 abbina capi di vestiario floreali, colorati e leggeri, provenienti dalla cultura hippy degli anni Sessanta a capi scuri, fetish e consistenti che riecheggiano la subcultura punk anni Settanta. L'abbinamento rende l'outfit estremamente peculiare, rétro, ma grintoso al contempo. Che sia un abito di un grande stilista o capi low coast dei mercatini rionali, non conta, l'importante è essere armati di gusto e voglia di infrangere le regole. Per rendere etnico questo tipo di accostamento basta indossare un accessorio di legno (orecchino, bracciale, cavigliera o collana) e per dare un tocco di allure, che esprima sofisticatezza e valorizzi la bellezza come elemento prezioso dell'essere umano, si può indossare un rossetto scuro come quelli che proposti da Mac Cosmetic. Vivienne Westwood docet.              

Vivienne Westwood
Con questo look evitare l'eccessiva abbronzatura, ma optare per la cura e il mantenimento della pelle, proteggendola dai raggi del sole, con creme biologiche e oli vegetali e un cappello di paglia a larga tesa. Con questo stile è adatto il costume nero, basic e intero, come quelli della nuova collezione di Calzedonia. Se volete distinguevi dalla massa, seguite sempre l'evolversi delle subculture giovanili e il modo che hanno di esprimersi con l'abbigliamento streetwear. Poi basta solo un accessorio o un elemento del trucco inaspettato, estroso e marcato per dare quel tocco di sofisticatezza in più. Non seguite la moda, createla e divertitevi con l'abbigliamento anche questo è un modo per comunicare ed esprimersi. Conoscere le subculture giovanili vi arricchirà, scoprendo cosa sta dietro l'apparenza della "contromoda". Gli stili hippy e punk oggi si declinano in modo pulito e minimale, senza fronzoli e troppi accessori, ogni elemento ha il suo peso nell'armonia della figura. Anche molte collezioni di Chanel, altri grandi stilisti molto conosciuti e case di moda,  cavalcano questa ispirazione, in varie modalità, perché "le freak c'est chic" ed esserlo in modo ancora più rock fornisce la grinta giusta per affrontare la giornata.

Sonia Cincinelli



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Se c'è un argomento a cui sei interessata/o, scrivilo nello spazio dei commenti sotto l'articolo e noi lo tratteremo! :)


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