sabato, agosto 27, 2016

ACME': un tuffo nella nuova arte al festival di Sarzana













Settima edizione per il festival culturale ACME', che si tiene il 9, 10, 11 Settembre 2016 a Sarzana presso la fortezza Firmafede (SP). Evento realizzato con il supporto del Comune di Sarzana, appunto, e di Arci val di Magra che, anche quest’anno, ha dato opportunità all'arte, agli artisti, e a tutti i simpatizzanti, di far sentire la propria voce e mostrare il proprio estro.
Nell'antica Grecia con Acmé si indicava la parte più spensierata della vita: la giovinezza, l'età dell'oro, il punto culminante, il momento di maggior splendore, produttività e prosperità. Oggi con questo termine si indicano gli artisti creativi e i musicisti. ACME' è un progetto nato da ragazzi sarzanesi per esprimere un nuovo punto di vista attraverso l'arte: fotografia, musica, teatro, pittura, fumetto, artigianato e da quest'anno scultura.
Lo scopo della manifestazione è miscelare forme ed espressioni della creatività, far interagire tra loro esperienze diverse. L'evento si svolge ogni anno nella pittoresca Cittadella di Sarzana (SP) nella quale i giovani under 35 hanno l'opportunità di esporre la propria creatività attraverso mostre, che sono le protagoniste dell'happening. Sono aperti i bandi di partecipazione per tutti i giovani che vogliono aderire e chiuderanno il 14 agosto 2016. Gli artisti si possono cimentare in un progetto finalizzato alla diffusione della nuova arte, organizzato da giovani.
Ospiti d'onore i Maganoidi che si esibiranno il 9 agosto.
Potere all'immaginazione quindi, in un evento pensato per accogliere la creatività e le produzioni giovanili. In un Paese in cui le idee dei più giovani sono strozzate dalla prepotenza di modalità arcaiche di gestione del potere da parte dei più anziani, un iniziativa di questo genere dona linfa vitale al genio creativo, portando nuovi stimoli nell'ambito artistico, così che ci si può confrontare in modo sano, anche perché artisti navigati possono imparare dalla freschezza e l'innovazione dei neofiti.

Sonia Cincinelli








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"Un padre, una figlia" di Cristian Mungiu: cinema rumeno in primo piano

Negli ultimi anni, il cinema rumeno si sta imponendo sempre di più nel panorama cinematografico internazionale. Ne è stato ricevuto un grande riscontro al Festival di Cannes, la vetrina per eccellenza della stagione filmica: Sieranevada di Cristi Puiu e Un padre, una figlia di Cristian Mungiu infatti, in questa sede, hanno ottenuto forti riscontri dalla critica, tanto che quest’ultimo ha vinto anche il premio per la migliore regia, ex-aequo con il meno apprezzato Personal Shopper di Olivier Assayas. Ed in effetti il cinema rumeno è stato sdoganato proprio con le figure di Puiu e soprattutto di Mungiu, autori che hanno fotografato un Paese di contraddizioni e mancanze che sta facendo i conti con un passato dolorosissimo che pesa su un futuro che fatica a decollare. Un padre, una figlia, arriva dopo la Palma d’Oro a Cannes di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e Oltre le colline (sempre a Cannes premiato per la migliore sceneggiatura e per le due attrici protagoniste Crstina Flutur e Cosmina Stratan) ed è la summa, il più compiuto dei tre. Racconta la storia di Romeo, un medico che è rimasto nel suo Paese alla fine del comunismo 25 anni fa sperando in un futuro migliore e con questo ha dovuto fare i conti. Per sua figlia, brava e dotata, vede un futuro in Inghilterra dove ha ottenuto una borsa di studio in psicologia a Cambridge per meriti scolastici.
Il sogno purtroppo, però, potrebbe andare in frantumi perché il giorno prima degli esami di stato viene aggredita da uno sconosciuto.
Il trauma psicologico e un braccio rotto, che impedisce alla ragazza di scrivere velocemente, potrebbero comprometterne l'avvenire anche perché la follia di un sistema malato e la burocrazia portano il padre a dover compiere azioni molto distanti dall'etica che ha insegnato alla figlia.

Eppure il tempo lo ha già portato a non essere il modello che crede di essere agli occhi della figlia: è sposato con una bibliotecaria più che altro depressa, che tradisce con una donna, in fondo stanca di essere “l’altra”, che ha un figlio piccolo con problemi di pronuncia che non vuole mandare nella scuola dove lei insegna perché se va in una scuola migliore per imparare l’inglese lui può sperare in qualcosa di meglio.
Ma a quella scuola (pubblica per inciso) non ci può andare perché pur non essendo cominciate ancora le iscrizioni i posti disponibili sono già esauriti. Hanno tutti ragione e hanno tutti torto, persino il corrotto responsabile delle dogane che insiste per dare una bustarella al dottore prima di operarlo perché si sente più sicuro, in questo splendido film che è costruito come un dramma da camera, ma ha l’ampiezza dei luoghi e degli spazi, della casa, del commissariato di polizia, degli uffici, della scuola, dell’ospedale, della biblioteca. Gli spazi “angusti” del nostro sistema societario, che vengono presi in esame uno per uno attraverso la figura di quest’uomo disperato, che a tratti sembra una di quelle madri terribili che vogliono che le figlie sfondino nel mondo dello spettacolo perché non ci sono riuscite loro, così ben raccontate nel cinema hollywoodiano. Qui però è un padre che sa che per la figlia in una società fondata sulle raccomandazioni, sul mutuo scambio di favori, dove è proprio il sistema pubblico e politico ad averlo costruito, non c’è spazio. Non potrebbe sopravvivere ad un sistema così perché lui le ha insegnato che se ci si impegna si può volare alto (in qualunque altro posto, ma non in Romania).

Bisogna andare via, ma poi la madre di lui, che ha vissuto in un altro mondo ancora gli ricorda che in fondo se tutti se ne vanno quel posto nessuno lo cambierà mai e al diniego di lui che le ricorda che è rimasto e la sua generazione non ha cambiato nulla, lei da saggia le risponde che hanno fatto quello che hanno potuto. E forse sta tutta qui la chiave di lettura dell’opera di Mungiu ed ha un’anima kafkiana per come è congegnato, quindi è alta letteratura che diventa altissimo e puro cinema, composto di qualità estetica e di contenuti, in primis dove si trova la linea del bene e del male, ma anche la farraginosità e l’ipocrisia, nonché la mancanza di empatia nei confronti del prossimo. E in fondo basterebbe un minimo di buon senso per far andare le cose come dovrebbero. Con una recitazione di ottimo livello (in particolare il ritratto della figura paterna di Adrian Titieni, ma anche la moglie e la figlia interpretate rispettivamente da Lia Bugnar e Maria-Victoria Dragus gli tengono testa), dialoghi perfetti e una regia - ça va sans dire – magistrale, un film la cui drammatizzazione è costruita in crescendo fino a trovare, nel bellissimo e in fondo commovente finale, una traccia di speranza nel nostro mondo nichilista, abbrutito, egoista dove i genitori possono – e alle volte devono – imparare anche dai figli.

Erminio Fischetti







Un padre, una figlia
Bacalaureat
Regia: Cristian Mungiu
Interpreti:  Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Rares Andrici, Lia Bugnar, Malina Manovici
Produzione: Romania, 2016
Durata: 128’
Distribuzione: Bim, 30 agosto 2016
Voto: 4,5/5



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martedì, agosto 23, 2016

Madness Poems, dei sensi erranti e sull’immortalità della poesia

Arrabbiato con i sogni scadenti. Un poeta sul tetto che scotta, a raccogliere pure la tosse e il sangue degli alberi in cambio di un’illuminazione autentica. Dio l’hai invitato, ma quello non si è mai presentato. Un poeta mortale alla ricerca di un brandello di vita, bestia randagia, narici grosse e zampe ferite, la notte è la tua preferita e le stelle stanno a guardare. La poesia è come un aeroplano di carta, leggera e fragile, ali pizzute, arriva dappertutto. Dovremmo tornare ad annusarci come i cani, percorrendo le distanze e annullando gradi di separazione. Tu aspetti la salvezza, redento da un bacio e da un paio di labbra, ci fermi i tremori con la poesia, tamponi le ferite. Il crepitio del fuoco sacro non smette mai e tutte le cose belle e anche tristi te le conservi sulla punta della lingua.

Canti di dolore e morte, notti senza sonno, spazi immensi, dolci uragani che riportano in salvo. Il mare nero delle emozioni che ristagnano nella piaga dell’oblio, la furia impetuosa delle passioni che drizzano i nervi. Gusto spesso di un flusso di coscienza circolare che si rompe, ossa contro ossa. Bolle d’amore e odio. Versi contro lo svuotamento di senso del reale e dei segni che si disperdono e non significano più. 


Tra le mani sudate del poeta scivolano odorosi i corpi, e poi anime, labbra. Umide di desideri. Parole e non detto. Invocazioni e dolcissime rese. Amori feroci di neve tagliente. Leggi cosmiche e uomini piccolissimi nel pantano della prosa, allo spaccio di ideali. Maledetti, che non (si) bastano.  Seduti in faccia ai falsi, hanno finito il colore per il cielo. Percorrono strade che fanno male e che non sanno più raccontare. Poveracci senza niente dentro l’anima.

Sei il vate delle muse rapaci e delle femmine di poesia che ci dipendi e ti fanno impazzire. Cavalchi amore, erotismo e passione. Hai bisogno di sentire le piccole cose inesistenti. Poeta, l’umanità ti è cara nella sua indolenza, il tuo sguardo obliquo e pervasivo ci passa attraverso, penetrando la verità ultima della creazione, valicando i confini dell'autoreferenzialità e della masturbazione lirica, dell’inettitudine dilagante per viaggiare da fermo nel chiaroscuro dell’amore e di tutte le occasioni mancate, grandi e piccole. Poesia di corteccia bagnata, fiore e spada, a grattare con le unghie le suggestioni che si disperdono nel rumore del silenzio, che non smette mai di borbottare. Scavalcamenti e anafore, chiasmi e ossessioni, rime a fare l’amore, sperimentazioni sonore e guglie crepuscolari. E la fama è puzzolente, meglio i sogni nelle scatole di scarpe.

Scrittore poeta errante e fondatore di Crossing Poetry, Jake Matthews, resuscita fantasmi da macerie nucleari, e tutte le cose sbagliate che esistono tremendamente e i desideri mezzi avvelenati che non si espandono. Una poesia di finestre spalancate e letti sfatti, correnti d’aria e gambe belle delle donne che ti ci perdi, di esistenze dannate, alcol, corpi arresi, anarchia, esplosioni sinestetiche. Una lotta, piedi nudi, per non smarrire la capacità di meravigliarsi, linfa vitale del poeta, di soffrire per amori con le zanne e per quest’umanità fatta male, che non ha mai imparato a volare. Che là fuori è un brutto mondo e allora è meglio correre a svenire da Lei, tanto se aspetti qualcosa dal cielo, stai fresco. Per Matthews i versi sono il luogo poetico e resistente dell’immortalità, nella sovrapposizione degli umori incerti e romantici e dei fatali sensi di ragno. Un patto col diavolo nel falò delle passioni dolciamare, il miracolo dei pensieri sciolti al buio, l’impasse creativa, un acido di sola andata. E ali di cera, che il sole brucia sempre, anche se gli hanno sparato addosso.

Erika Di Giulio







Madness Poems
Autore: Jake Matthews
Casa editrice: Miraggi Edizioni, 2016
Pagine: 91


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giovedì, agosto 18, 2016

"Julieta" di Pedro Almodóvar: nuova opera del maestro intoccabile

C’era una volta Pedro Almodóvar. Con il suo cinema. Che rielaborava le sue ossessioni: la memoria, le donne, la tragedia (in chiave greca), la perdita, la morte. Con la sua cifra stilistica, il grottesco, la parodia, la Spagna che usciva dal grigiore franchista, era tutta una miscellanea di colori, forti, accesi, belli. In ordine sparso: Tutto su mia madre. Parla con lei. Donne sull’orlo di una crisi di nervi. La mala educación. Fino a Volver e, perché no, con le sue imperfezioni anche Gli abbracci spezzati. Citazioni. Divertissement. Storie di donne. Arriva Julieta, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Le solite ossessioni. Ma declinate male. Si cita il Pontos greco, la mitologia prende corpo per raccontare la storia di Julieta, che a Madrid in un appartamento borghese racconta in un diario alla figlia scomparsa la verità sul suo passato, su suo padre, su sua nonna, sull’uomo del treno, sull’amica del padre, sulla governante. Le dice tutto in quelle pagine che riportano indietro una vita che aveva seppellito. Grazie anche all’aiuto di Lorenzo Gentile. C’è un treno. C’è il rosso. Ci sono gli anni Ottanta. C’è il sesso. Ci sono citazioni di Alfred Hitchcock e in particolare di Rebecca, la prima moglie. Perché in questo film c’è il mare, la governante sinistra, una prima moglie morta che non compare mai, una tempesta, una barca che affonda, qualche elemento lesbico ben nascosto, e un titolo con un nome femminile. C’è un po’ di tutto di quel film. Mescolato per imbrogliare le carte. Ma mescolato molto male, con dialoghi da telenovela. Citate anche quelle. La base ufficiale però sono quattro racconti del premio Nobel Alice Munro. Nota per scrivere short stories piuttosto asciutte, molto lontane dalla poetica del regista, noto invece per la sua estetica fatta di eccessi. Il problema di fondo è che Pedro Almodóvar è diventato maestro intoccabile e come tutti i maestri intoccabili può fare un po’ quel che vuole. Non c’è nessuno che gli ricorda di tornare in carreggiata. O meglio hanno probabilmente tutte le maestranze il timore reverenziale di introdurre quelle due lettere: “ma…”. E quando accede così spesso ci si perde nella noia di una cinematografia che non sa più che dire. Il surrealismo, il grottesco, tutti quegli elementi che sono stati alla base di tanta letteratura latina purtroppo si perdono nell’oblio e anche qualche intuito, qualche cosa non del tutto invereconda resta persa in una realizzazione che è ciarpame. Eppure gli interpreti sono bravi, in particolare le due versioni giovane e di mezz’età della Julieta del titolo, Adriana Ugarte e Emma Suárez.

Erminio Fischetti






Julieta
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Adriana Ugarte, Emma Suárez, Daniel Grao, 
Dario Grandinetti, Inma Cuesta, Rossy de Palma
Produzione: Spagna, 2016
Durata: 98’
Distribuzione: Warner Bros., 26 maggio 2016
Voto: 2/5


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lunedì, agosto 15, 2016

Moda 2016/2017: hippy e punk, accoppiata vincente!

Vuoi apparire alternativa, elegante e sofisticata al contempo: per l'estate 2016 e l'autunno inverno 2016/2017 abbina capi di vestiario floreali, colorati e leggeri, provenienti dalla cultura hippy degli anni Sessanta a capi scuri, fetish e consistenti che riecheggiano la subcultura punk anni Settanta. L'abbinamento rende l'outfit estremamente peculiare, rétro, ma grintoso al contempo. Che sia un abito di un grande stilista o capi low coast dei mercatini rionali, non conta, l'importante è essere armati di gusto e voglia di infrangere le regole. Per rendere etnico questo tipo di accostamento basta indossare un accessorio di legno (orecchino, bracciale, cavigliera o collana) e per dare un tocco di allure, che esprima sofisticatezza e valorizzi la bellezza come elemento prezioso dell'essere umano, si può indossare un rossetto scuro come quelli che proposti da Mac Cosmetic. Vivienne Westwood docet.              

Vivienne Westwood
Con questo look evitare l'eccessiva abbronzatura, ma optare per la cura e il mantenimento della pelle, proteggendola dai raggi del sole, con creme biologiche e oli vegetali e un cappello di paglia a larga tesa. Con questo stile è adatto il costume nero, basic e intero, come quelli della nuova collezione di Calzedonia. Se volete distinguevi dalla massa, seguite sempre l'evolversi delle subculture giovanili e il modo che hanno di esprimersi con l'abbigliamento streetwear. Poi basta solo un accessorio o un elemento del trucco inaspettato, estroso e marcato per dare quel tocco di sofisticatezza in più. Non seguite la moda, createla e divertitevi con l'abbigliamento anche questo è un modo per comunicare ed esprimersi. Conoscere le subculture giovanili vi arricchirà, scoprendo cosa sta dietro l'apparenza della "contromoda". Gli stili hippy e punk oggi si declinano in modo pulito e minimale, senza fronzoli e troppi accessori, ogni elemento ha il suo peso nell'armonia della figura. Anche molte collezioni di Chanel, altri grandi stilisti molto conosciuti e case di moda,  cavalcano questa ispirazione, in varie modalità, perché "le freak c'est chic" ed esserlo in modo ancora più rock fornisce la grinta giusta per affrontare la giornata.

Sonia Cincinelli



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venerdì, agosto 12, 2016

“La famiglia Fang” di Jason Bateman: un nucleo disfunzionale

Tratto dal romanzo omonimo di Kevin Wilson, in Italia edito da Fazi, La famiglia Fang rappresenta il secondo lungometraggio di Jason Bateman (dopo il recente Bad Words) attore di lunga data soprattutto noto per la serie tv comica Arrested Development, molto apprezzata dalla critica una decina di anni fa. La pellicola analizza, ancora una volta, i temi della famiglia disfunzionale e si sa, che questi sono ancora più accentuati se la famiglia in questione è quella di un gruppo di artisti, Caleb e Camilla Fang infatti sono due performer che con i loro due figlioli, Annie e Baxter, organizzano “rappresentazioni” a dir poco sopra le righe nei luoghi più imprevedibili, per esempio far rapinare la banca dei dolci con una pistola giocattolo a Baxter facendo finta di sparare alla madre. Annie e Baxter ormai sono cresciuti e sono rispettivamente la prima un’attrice fallita, coinvolta in una serie di scandali da rotocalco, più dedita agli eccessi che alla recitazione, e il secondo uno scrittore che ha scritto un solo romanzo e si è fermato a quello. La loro vita non potrebbe andare peggio quando sono costretti a rivedersi a casa dei loro genitori, che sono scomparsi, ma lo sono davvero o ne stanno organizzando una delle loro? Sono stati uccisi o si sono nascosti?
Ci sono figli che sono dei pessimi figli, ma anche genitori che sono dei terribili genitori perché ci sono persone che mettono al mondo altre persone e non dovrebbero farlo, in quanto, per i loro comportamenti, ne faranno degli infelici. Ecco, Caleb e Camilla Fang appartengono a questa categoria di padre e madre. Annie e Baxter infatti sopravvivono come possono alle turbe e ai loro problemi affettivi. Sono fuori di testa, ma con quel padre e quella madre sono venuti su anche fin troppo bene. Bateman realizza una pellicola che racconta la famiglia, ma nell'asse del racconto perde qualche bullone perché la vicenda non evolve, se non nel seguire le idiosincrasie dei due pargoli tendenzialmente falliti. Caleb e Camilla sono due sciroccati vanagloriosi che giustificano anche i comportamenti più affettuosamente abbietti in nome dell’arte, sono bravi a stupire anche i loro stessi figli che non credono in niente di quello che vedono o fanno i due, ormai maturi, genitori. Il problema di fondo del film semplicemente è la sua lentezza narrativa, la mancanza d’azione, infatti, di questo tema, già lungamente affrontato, a Hollywood (anche perché generalmente di matrice autobiografica: quale attore, sceneggiatore o mestierante di cinema non ha avuto dei genitori "artistoidi" che volevano un sagrato dorato per la loro prole, e lo stesso Bateman, fratello anche di Justine, nota per il personaggio della sorella vacua di Michael J. Fox rivestito in Casa Keaton; insomma ci siamo capiti!) se ne è parlato molto. Ma stavolta del romanzo se ne è innamorata Nicole Kidman, che forse vessata dal fatto di non avere più parti granché interessanti, dopo il ricorso alla chirurgia estetica, o quantomeno non del tutto riuscite proprio a causa di essa, ha acquistato i diritti, affidato la sceneggiatura a David Lindsay-Abaire che già aveva compiuto una sorta di miracolo con la sua opera Rabbit Hole (per la cui pièce si era portato a casa un Premio Pulitzer) nella quale la Kidman, nonostante il problema di cui sopra, era riuscita a strappare una terza candidatura agli Oscar, otto anni dopo la vittoria per The Hours nel 2003. Lei poverina ci si impegna anche in questo aspetto, ci prova, ed esce qualcosa – sul piano recitativo – meno pessimo del previsto, nonostante il suo immobilismo bamboleggiante. Bateman dal canto suo si è ritagliato il ruolo migliore e fa una figura dignitosa. Purtroppo però, non solo il genere è un po’ passato di moda (non sono più l’inizio degli anni Duemila), ma questo film non ha nemmeno la verve de I Tenenbaum e qui non ci sono né Anjelica Huston né tantomeno Gene Hackman.

Erminio Fischetti








La famiglia Fang
The Family Fang
Regia: Jason Bateman
Interpreti: Jason Bateman, Nicole Kidman, Christopher Walken,
Maryann Plunkett, Kathryn Hahn, Jason Butler
Produzione: USA, 2015
Durata: 107’
Distribuzione italiana: Adler Entertainment, 1° settembre 2016
Voto: 2/5



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mercoledì, agosto 03, 2016

"L’effetto acquatico" di Sólveig Anspach: estate all'insegna del buon cinema

Passato per la Quinzaine di Cannes, L’effetto acquatico (da dimenticare il sottotitolo italiano fuorviante e sciocco, Un colpo di fulmine a prima svista) è una produzione franco-islandese dal mood delicato e dolce che racconta l’amore fra un operatore di gru e la sua insegnante di nuoto nella periferia di Parigi, dove si conoscono e cominciano ad amarsi. La situazione presto si sposta nella fredda Islanda, dove l’uomo farà qualsiasi cosa per conquistare la donna. Ultima opera della regista Sólveig Anspach, di padre americano e madre islandese, da sempre vissuta in Francia, morta di cancro durante il montaggio di questo film il 7 agosto 2015 a soli 54 anni. Le sue opere infatti hanno sempre avuto questa doppia valenza geografica: Francia e Islanda, due Paesi molto differenti fra loro, ma nella poetica della donna viene fuori il ritratto di un’Europa che ha molto da raccontare (diversa da Paese a Paese, ma forse non distante), anche la storia d’amore di due persone che non hanno nulla da dirsi in apparenza. La Anspach fa passare il messaggio attraverso una commedia dai toni surreali, che ricordano la tradizione della commedia francese, ricca di gag e di elementi slapstick, che non solo rammentano il cinema classico d’oltralpe, pensiamo a Jacques Tati, ma la sensibilità anche di un altro Jacques, Demy, pensiamo a Les parapluis de Cherbourg. Il riferimento potrebbe sembrare azzardato, ma il lavoro della Anspach, che già di per sé ricorda quel cinema nella durata, solo ottantatré minuti, trova l’approccio nella settima arte francese, ma possiede anche una certa cifra della filmografia nordeuropea, e in questi ultimi mesi nei quali sono uscite due pellicole islandesi – Storie di cavalli e di uomini e Rams – di certo di notevole pregio che dimostrano come questo piccolo Paese, con appena trecentomila abitanti, come ha già fatto vedere ampiamente durante la crisi economica e nel calcio, con il sogno vissuto agli ultimi campionati europei che li ha portati in semifinale, sia in grande ascesa anche dal punto di vista della cinematografia, questo Effetto acquatico si inserisce pienamente nel contesto.
Sebbene la formazione della regista, purtroppo scomparsa, sia di chiave francese, ed abbia una cifra tutta sua fatta di originalità e freschezza. Certo, non tutto è al posto giusto, qualche tassello stona e si perde di vista l’obiettivo, ma questo forse può essere imputato al fatto che la Anspach purtroppo non ha potuto vedere il film ultimato: infatti è firmato con la collaborazione dello sceneggiatore Jean-Luc Gaget. Un’opera lieve e al tempo stesso forte, un film delicato, a tratti maestoso, in altri surreale, un film che apre la nuova stagione cinematografica all’insegna dei sentimenti, nostri e degli altri. Per imparare ad amare con una risata malinconica. Molto bravi i due protagonisti, Florence Loiret Caille e in particolare Samir Guesmi.







L’effetto acquatico - Un colpo di fulmine a prima svista
L'effet aquatique
Regia: Sólveig Anspach
Interpreti: Michaël Bensoussan, Philippe Rebbot, Florence Loiret-Caille, Samir Guesmi
Produzione: Francia/Islanda, 2016
Ex Nihilo, Zik Zak Productions
Distribuzione: Cinema di Valerio De Paolis, 25 agosto 2016
Durata: 83'
Voto: 3/5




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giovedì, luglio 28, 2016

Come riconoscere i manipolatori affettivi e gestirli: due testi di Cinzia Mammoliti fanno luce sui killer dell'anima

“Sono intorno a noi, in mezzo a noi...” recitava la canzone Quelli che benpensano, di Frankie Hi-Nrg.
Quante donne sono uscite distrutte da una relazione in cui qualsiasi comportamento mettevano in atto sentivano di sbagliare, o meglio il partner le faceva sentire inadeguate. Quanti femminicidi sono stati consumati negli ultimi anni? Troppi!
Cinzia Mammoliti, consulente e formatrice nell'ambito della criminologia e psicopatologia forense, ha lavorato per anni con donne e minori vittime di violenza.
Mammoliti svela l'arcano e ci parla di serial killer dell'anima, quelli che vengono definiti anche vampiri energitici, sono perlopiù narcisisti a volte perversi, manipolatori senza scrupoli, anaffettivi che si scelgono le vittime tra le donne più romantiche, di tutte le estrazioni sociali, che credono nell'amore. Soprattutto nei testi si parla di "menti criminali", i quali, nel momento in cui la donna decide di chiudere il rapporto, si trasformano in mostri e stalker.





Persone che intaccano le fragilità degli altri per non guardare in faccia la propria di frangibilità. Sì, perché non si tratta solo di uomini, esistono anche donne manipolatrici, ma in minore quantità, come rivela la Mammoliti, in quanto le donne di fronte ai problemi tendono a mettersi più velocemente in discussione e ad entrare in terapia. Le persone non cambiano, ma certo una buona terapia può renderle migliori.





Mammoliti cerca di dare un senso alle motivazioni che portano al femminicidio e alla misoginia esponendo teorie e soluzioni per la protezione delle vittime e i suoi libri gettano un'ulteriore luce sulla questione di genere e vanno ad infoltire quella che è ormai una sufficiente produzione letteraria in materia. “Le donne muoiono”, lo diceva anche Anna Banti e oggi muoiono di "pessimo amore". La verità è che per secoli si sono stratificate violenze da parte degli uomini nei confronti delle donne e dopo un risveglio sessantottino, abbiamo avuto solo il deserto in cui le donne stesse hanno sostenuto il potere maschilista e permesso tutto questo. Da dove ripartire? Dal rispetto per noi stesse e quando una relazione o pseudo tale diventa un monologo controverso è meglio scappare e lasciare a qualcun'altra la sfortuna di imbattersi in un tipo del genere, o magari prevenire anche l'incontro con altre vittime con un programma specifico di salvaguardia. Dalle prime avvisaglie di bugie, manipolazione, critica e giudizio è giusto mollare la presa prima di arrivare ai maltrattamenti veri e propri. La violenza morale è un reato. Dopodiché la miglior rivalsa è il silenzio. Per prevenire questo scempio è fondamentale educare al rispetto delle differenze, è quindi importante introdurre nelle scuole l'educazione sentimentale e sessuale, da lì si parte, in quanto il livello di civiltà di un paese si misura anche su il grado di potere che hanno le donne.

Sonia Cincinelli




I killer dell'anima
Autrice: Cinzia Mammoliti
Casa Editrice: Sonda, 2012
Pagine: 143 pagine


Il manipolatore affettivo 
e le sue maschere
Autrice: Cinzia Mammoliti
Casa editrice: Sonda, 2014
Pagine: 132 pagine




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lunedì, luglio 25, 2016

Disegni DiVersi, sulle ali della poesia

Sualzo al tavolo da disegno, testi di Silvia Vecchini. Parole e cose, e un viaggio attraverso il segno, le stagioni e tutte le cose semplicemente vive, sul ciglio dei linguaggi differenti che si danno appuntamento, curiosi d’incontrarsi. Aria in faccia e il pedale che spinge in avanti i pensieri. Dentro fuori, nell’interscambio, sul pelo dell’acqua, dell’aria, dell’orizzonte. In punta di matita. Ogni tavola, una poesia. Come ali di farfalla, polvere sottile, granelli di zucchero e sale. Come di malinconia, di vuoto, incertezza. Della quotidianità ritrovata. Quella che perdi il sonno e ci dormi scomodo, delle scadenze, degli incontri, delle paure. L’aperta campagna dei sentimenti inespressi, del tempo fatto male, delle occasioni smarrite, a camminare la strada affollata di un passato che non ci sente e che non lo riconosci più. Sbuffi di fiato d’inverno, occhi negli occhi, marmocchi aggrappati. Di rosespine e incarnati delicati, di fedeltà d’uomo e d’animale. Lana e cotone, viaggi senza cintura, salotti di libri e pensieri, una mensola in bagno. Freddocaldo alla finestra, mani strette, unghie che saltano, grattacapi e cieli immensi. Di occhiali sfilati, caffè bollenti e cesoie a spuntare l’autunno della morte e dell’impasse creativa.


Nell’oceano mare delle tavole animate e profondissime, una grafic poetry emotiva di segni e disegni (di)versi, interno anima crepuscolare, codici incrociati e motivi di sinestesie limpide e impalpabili che ne suggeriscono la disposizione gentile e minimale, con il piumaggio leggero dei pastelli e delle parole, l’oscurità dell’anima appena illuminata, le paure dentro, estratte pianissimo. Movimenti acquatici di taglio, espansione, scavalcamento. Primissimi piani. Adagi lattei, buio d’un tratto, l’ustione di un errore. A pulire. A scalare grigi, marroni, celesti. Maree di sogni con i tentacoli sotto il letto, tempo che passa in verticale, tacche sul muro.

Alle piccole grandi cose indispensabili e necessarie. A tutto il non detto e il non fatto. Al balsamo dell’amore, che tutto si fa più chiaro in due. A chi ha dentro una storia che inizia. Al getto potabile della poesia. Disegnata, inseguita, compressa, attraversata. A nonna Iolanda e alle donne sopravvissute, occhi spalancati e mani grandi, all’abisso del dolore. Parole e immagini si danno la mano e scendono migliaia di scale. Acqua e neve, ossa nelle ossa, testa alta e controvento, baci all’improvviso. Genuina di sole e d’azzurro, l’anima del poeta ancora si meraviglia e il fumettista fa l’incantesimo, sorprendendo suggestioni. Bloccate, solo per noi, nel tempo che vogliamo. E allora torniamo vicini. Tentiamo l’ingrandimento. Non arrendiamoci, bussiamo a quella porta. Non facciamoci dimenticare e non dimentichiamoci. La felicità, in fondo, è una piccola cosa.

Erika Di Giulio



Disegni Diversi
Autori: Silvia Vecchini-Sualzo
Casa Editrice: ‘round midnight edizioni, 2016
Pagine: 64



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lunedì, luglio 11, 2016

Tutti i bambini devono essere felici, storia di un maestro e della sua scuola

Paolo Limonta l’insegnamento se lo porta sulle spalle. I bambini intorno e addosso e lui ci gioca a chitarra e quelli volano pizzicati sopra la sua testa. La melodia è soave, sgangherata, bellissima. Non importa il sudore, la stanchezza, le infinite amarezze per una scuola che non capisce più come si fa. C’è sempre tempo e ci deve essere. Che dobbiamo porci in ascolto, stringerli al petto, guardarli forte, accompagnarli senza mai sostituirci a loro. Il maestro Paolo abbraccia i suoi alunni, ci fa un'assemblea, spiega le acca e li porta al mare. Loro sanno cos’è il musical, sanno di Paesi lontani, di prove d’attore estenuanti, di tappeti per scaricare la tensione e materassi per essere sè stessi. Sanno di un viaggio a Barcellona, di fantasticherie in pullman, di biblioteche sensoriali e letture che non finiscono mai, di sorrisi larghissimi e porte sempre aperte. Il suo ventre è caldo e tiene (tutti) al sicuro.

Limonta e Radio Popolare, Limonta e il teatro e l’impegno politico al fianco del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Maestro di campagna e di città, padre adottivo, che in giro di infanzia triste ce n’è abbastanza. Mani sporche alla catena di montaggio, mani grandi. Gli scorre dentro il sangue partigiano del nonno e una promessa  antifascista. È uno che si precipita a sposare la causa del popolo curdo e torna in tempo a scuola per condurre le sue pesti in refettorio. È il maestro. Ha una vocazione, e sogna, come ogni bimbo che si rispetti. Non smette mai. E gioca, ludopatico com’è. E cerca soluzioni, mentre coccola identità e promuove differenze.

Dentro la scuola Milanese di Viale Romagna Paolo si carica tutti i bambini sul cuore senza lasciarne indietro nessuno e la sua materia preferita passa attraverso uno sciame vivo e chiassoso di occhi, braccia, mani, corpi, viaggi sulla luna. Vita privata, impegno istituzionale e insegnamento entrano così in relazione e l’intesa è magnifica. La scuola apre al territorio, genitori alleati. E lui è là, pieno di coraggio, in quello spazio liminale e delicato, tra le vite degli altri che hanno fatto la sua e la sua che ha fatto quella degli altri.

Crede nella sinergia, nell’incontro dinamico delle competenze, nella collaborazione, nella (com)presenza. E nella lotta sul campo contro l’anaffettività del modello frontale, della distanza e di una scuola che non ti guarda in faccia, educare alla felicità significa allenarsi all’emancipazione e al contatto, a favore di una dimensione inclusiva e partecipante. Un disegno comunitario di condivisione, relazione, apprendimento. Sul filo d’oro dell’accoglienza, del benessere e della tutela.

A raccontarlo e a condividere il suo sguardo è Antonella Meiani, maestra della porta accanto, collega attenta e dinamica. Un’altra mai stanca, protettrice del pensiero critico e della scuola pubblica di qualità (che non è quella delle riforme e dei tagli). Che a quella devi volere un bene immenso e occorre lavorare sodo per farlo circolare. Libertà e partecipazione, esistenza e resistenza attiva e creativa. “Perché, soprattutto per i bambini, conta quello che sei e che fai. Molto più di quello che dici”. E loro ringrazieranno, puoi scommetterci.

Erika Di Giulio


Tutti i bambini devono essere felici
Autore: Antonella Meiani
Casa editrice: Terre Di Mezzo Editore
Anno: 2016
Pagine: 157


Secondo te quali sono i libri più belli che trattano della scuola?

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domenica, luglio 10, 2016

"The legend of Tarzan" di David Yates

Nell'Ottocento l’Africa è una terra di conquista, anche per i belgi, che dominano il Congo. Ricco di diamanti. E di schiavi. A Londra un lord cresciuto nella giungla vuole tornarvi per lottare per il popolo oppresso. Ha una moglie. Jane. Lui è Tarzan. Che ormai i ragazzi non sanno più chi è. Urla. Sapesse noi a vedere il film... Lo interpreta Alexander Skarsgård. Che ha due espressioni: con e senza maglietta. Ma a quel punto uno vede True blood, se proprio ha tempo da perdere. Margot Robbie non ha il ruolo, è bellissima e fa quel che può. Allucinante è il bieco colonialista, un Christoph Waltz che fa peggio persino di quanto non faccia in Big eyes, e pure Samuel L. Jackson delude profondamente.

Non c'è un aspetto che si salvi in The legend of Tarzan: scritto male, girato peggio, con effetti speciali ridicoli, battute da cinepanettone, zeppo di incongruenze ed errori marchiani, doppiato malissimo, perfino razzista nell'atteggiamento infarcito di stereotipi, mentre dovrebbe dire esattamente l'inverso, fa sembrare brutta la giungla. E poi è noioso da morire. Lento, banale, ridondante. Da non vedere, da perdere.

Erminio Fischetti








The legend of Tarzan
Regia: David Yates
Interpreti: Alexander Skarsgård, Margot Robbie
Produzione: USA, 2016
Durata: 109'
Distribuzione italiana: Warner Bros. Pictures, 14 luglio 2016
Voto: 1,5/5


Quali sono i film più brutti che hai visto?

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mercoledì, luglio 06, 2016

"A Girl Walks Home Alone At Night" di Ana Lily Amirpour

Nuovo Cinema Teheran. Dal 23 giugno è partita una rassegna organizzata da Academy Two, impegnata nella distribuzione di cinema d’autore, che porta nelle sale quattro titoli del cinema iraniano contemporaneo. Un’operazione rischiosa, ma interessantissima, che contribuisce ad arricchire le desolanti uscite estive in sale. Tre su quattro sono opere prime, passate tutte per i più importanti festival del mondo: Cannes (Nahid), Venezia (Un mercoledì di maggio), Berlino (A Dragon Arrives!), Sundance (A Girl Walks Home Alone At Night). Quest’ultima, nelle sale dal 30 giugno invece, è una co-produzione fra Iran e Stati Uniti ed è l’opera prima di Ana Lily Amirpour, regista britannica trapiantata negli Stati Uniti e di origini iraniane per l’appunto, che costruisce una pellicola che è la summa della sua vita transcontinentale e una sorta di incontro e scontro fra le culture. Perché la storia della città di Bad City sembra un racconto distopico, girato in California, di un mondo complesso e doloroso, dove una giovane vampira protegge le donne e si nutre delle sue vittime, zompetta e salta alla giugulare, ma in qualche modo si innamora (forse) di un James Dean moderno e dannato, con altrattanti problemi con la figura paterna e altrettanta dannazione (di quella descritta tanto nel cinema indipendente americano degli anni Ottanta e Novanta). In mezzo c’è tutta la cultura iraniana e quella occidentale, di quella molto cara agli stessi iraniani, che durante la rivoluzione di Komeini e non solo cercavano assolutamente di recuperare, attraverso le radio pirata, il mercato nero e il contrabbando (questa cosa la descrive molto bene Dina Nayeri, Tutto il mare tra di noi, edito un paio d’anni fa da Piemme).

Girato in un bianco e nero da graphic novel dove domina ovviamente, dato il tema, il nero A Girl Walks Home Alone At Night è un film che deve tutto al cinema americano, che poi di fatto è, essendo una co-produzione, che per di più è passata per il Festival statunitense per eccellenza di quella tipologia che omaggia, il Sundance, il Tarantino che a sua volta cita gli spaghetti western, Lynch, Morricone. Molto interessante, molto artistico, molta videoarte, una colonna sonora meravigliosa (la regista è stata anche cantante e bassista in una band) che richiama sempre il mood del nostro passato prossimo. Poteva essere meglio però, considerate le inutili lungaggini e una sceneggiatura non proprio focalizzata.

Erminio Fischetti







A Girl Walks Home Alone At Night
Regia: Ana Lily Amirpour
Interpreti: Sheila Vand, Arash Marandi, Marshall Manesh;
Produzione: USA/Iran, 2014
Durata: 97’
Distribuzione italiana: Academy Two/Paco Cinematografica, 30 giugno 2016
Voto: 2,5/5


Ti piace il cinema iraniano? Raccontaci la tua esperienza

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“It Follows” di David Robert Mitchell

Una bella ragazza fa l’amore con un ragazzo, ma questo le ha "passato qualcosa" e le dice che se vuole “guarire” deve passarlo ad un altro attraverso il sesso. Non si capisce bene cosa, ma la giovane ora è terrorizzata perché vede delle persone che camminano lentamente che potrebbero ucciderla. Raccontato così sembra l’incipit di un film bruttissimo, di quegli horror ridicoli, mal girati e ancor peggio recitati, di quelli che vedono solo gli adolescenti annoiati nelle caldissime nottate estive con gli amici per farsi due risate. Invece, It Follows di David Robert Mitchell è stato molto apprezzato al Festival di Torino ed è stato candidato nel 2014 a tre Independent Spirit Award (gli Oscar del cinema indie americano) per regia, montaggio e fotografia. Una regia asciutta e che lascia col fiato sospeso, un ottimo cast di giovani attori, una bellissima colonna sonora di Rich Vreeland, che ricorda quella del genere dell’inizio degli anni Ottanta, ma un po’ tutto lo ricorda, anche un po' dello stile di Brian De Palma.

Un film sulle paure e le ossessioni, che non solo è un omaggio a quel cinema, ma anche a quel tipo di società e a quel tipo di adolescenti (che hanno superato da un bel po’ quella parte della loro vita), ben congegnato che sviluppa molti dei temi classici: la famiglia disfunzionale, il sesso, la solitudine, la paura delle malattie. Da recuperare nel marasma di uscite di fine stagione.

Erminio Fischetti








It Follows
Regia: David Robert Mitchell
Interpreti: Mika Monroe, Keir Gilchrist, Daniel Zovatto, Jake Weary, Olivia Luccardi, Lili Sepe
Produzione: USA, 2014
Durata: 100’
Distribuzione: Koch Media, 6 luglio 2016
Voto: 3/5


Che ne pensate del genere cinematografico horror! Qual'è la vostra esperienza? 

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mercoledì, giugno 29, 2016

Terzacorsia: indie rock ninientes tra “Sogno o Realtà”

Sogno o Realtàuscito il 4 Febbraio 2016 è il nuovo EP dei Terzacorsia per Music Force e Blue Promotion, distribuito da Discover. La band abruzzese composta da Gianluca Di Febo (voce e piano), Giuseppe Cantoli (chitarre), Nicola Di Noia (basso) e Alessio Palizzi (batteria), vanta molta esperienza nel settore musicale. Il gruppo nasce nel 2006 e nel 2010 pubblica l’Album 20 12, il primo prodotto da Music Force (con la collaborazione di Anna Di Blasio). Il singolo, che veicola il CD In un momento, è riuscito ad entrare nell’airplay di più di centocinquanta emittenti a livello nazionale ed internazionale. Nel 2015 i Terzacorsia sono coautori della dance opera Dorian in collaborazione con il celebre coreografo Americo Di Francesco.
Il gruppo ha fatto un lungo percorso e con l'ultimo lavoro si mantiene equilibrato, senza grossi sensazionalismi ed entusiasmi, ma proprio questo potrebbe essere la forza della formazione: non cercare la celebrità a tutti i costi, mantenendo l'alone indie delle origini, continuando comunque a sperimentare.
Nell’estate del 2015, data la continua richiesta nei loro concerti, va in ristampa l’album 20 12 in versione deluxe con l’aggiunta di due brani inediti.
La band indie rock, si può collocare tra il cantautorato intellettuale italiano, sulla scia del sound anni Novanta: Tiromancino, Subsonica, degli amori metropolitani ninientes, il tutto condito dal raffinato e coinvolgente rhythm sixties.
La cover di Amarsi un po' completa l'album, in cui le parti rock della partitura si fanno più ritmiche ed accattivanti. Il video del brano Sudore in bianco e nero, vede protagonista il liquido prodotto dalla pelle umana come collante della coppia e di contatto con l'altro, liquido tutt'altro che asettico del sentimento.

Nel percorso di questa band non emerge un processo di crescita nel senso di passaggio dall'alternativo al mainstream, ma un desiderio di rimanere se stessi senza troppe pretese, autentici: reali appunto. In quella terza corsia che rappresenta la strada alternativa, nuova che può portare all'utopia e quindi al sogno di un nuovo modo di vivere ed amare.

Sonia Cincinelli










Parlaci dei tuoi gruppi preferiti negli anni Novanta!

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“Sulle ali della mia voce” di Antonella La Terra Inghilterra: moto viaggiante di voce sublime

Sulle ali della mia voce, l'album del Mezzosoprano Antonella La Terra Inghilterra, nata a Pescara nel 1977, dopo aver conseguito il diploma in canto sotto la guida del Maestro Paolo Speca al Conservatorio di Pescara, consegue il diploma in pianoforte. Esperta di repertorio operistico e cameristico, perfeziona la tecnica e l'interpretazione con Franca Mattiucci presso l'Accademia della Voce di Torino. Ottiene riconoscimenti e premi nell'ambito di concorsi nazionali e internazionali sia in formazione solistica sia in duo cameristico.
Antonella possiede una voce sublime, che non valica picchi drammatici ma che rimane nella terra di mezzo del bel canto per delineare atmosfere nostalgiche tipiche dell'arietta da camera. Un tipo di musica adatta da eseguire in un salotto, ma con l'interpretazione di Antonella anche in un giardino o in un bosco.
La grande capacità della cantante è quella di far uscire la voce dal salotto per arrivare ad una platea fino al cielo aperto, complici le parti strumentali di ampio respiro.
“In te andrò”, accompagnata a sorpresa da un inedito sassofono, possiede una certa sensualità di fondo. Nell'album i titoli delle canzoni raccontano lo stile musicale della cantante: “adagio, mi mancherai, se si perde un amore”.
“Sulle ali della mia voce” è un album che già dal titolo indica un moto viaggiante vocale come poteva essere quello del “Va, pensiero” del Nabucco di Giuseppe Verdi, al pari del “Vola alta parola” di Mario Luzi in poesia. 
La parola che ha il potere di alzarsi leggiadra e oltrepassare le pareti per disperdersi nello spazio infinito, nella natura e quindi varcare spazio e tempo, conferendo alla musica il potete dell'eternità. La musica sconfinata che diventa superamento di barriere mentali e fisiche e prodotto culturale nell'era della riproducibilità tecnica; in cui la ripetizione del suo ascolto contribuisce alla reiterazione nella riproduzione del sublime, in questo caso specifico. Ci piace pensare che la voce delle donne inizi a volare alta in tutti i campi: dalla politica, ai diritti civili fino alla musica e quella di Antonella La Terra Inghilterra è un buon esempio per cominciare, in quanto per dei soggetti depauperati di potere far sentire la propria voce in tutte le forme è fondamentale per riappropriarsi della dignità. Nel complesso “sulle ali della mia voce” è un opera ben bilanciata, equilibrata, priva di scuotimenti di toni, di classe e senza fronzoli. Da ascoltare in completo relax.

Sonia Cincinelli



Raccontaci la tua esperienza con la musica lirica! 

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martedì, giugno 21, 2016

Toringrad, sul prezzo della felicità

Hai smesso proprio quando gli altri cominciavano. Ti sei creduto felice per un istante. Un attimo complicato da gustare mentre lo stai vivendo. I conti saldati, l’oro nelle tasche, l’integrazione. Bisognerebbe amarla davvero molto la felicità e invece non lo sai, capisci sempre dopo.
Drini e una sala slot ai mezzi e ogni tanto bisogna anche osare. Drini e il Toringrad, che lo smercio della cocaina a qualcosa sarà pur servito. È il tuo bar, quello che fa gli aperitivi moderni e là dentro c’è casa e ciò che non vorresti mai perdere. Sei albanese in Italia, hai 29 anni, un passato prossimo di apprezzabile criminalità, e te ne esci pure con la passione per la Storia. Hai tutto da perdere invece, ancora una volta. E un ultimo viaggio da affrontare. Un carico di dama bianca, che tuo cognato Petrit sta al fresco, qualcuno lo ha tradito. La famiglia chiama, tua sorella piange e ci sono cose che vanno fatte, ma la vecchia guardia non ti piace, sei stato un affarista moderno tu, freddo e pettinato, imprenditore dello spaccio con una carriera di tutto rispetto, lavoratore non c’è che dire, cittadino modello, amante delle cose che non si dimenticano. Una data, un uomo celebre, i nomi della strada, un socio fratello da salvartici la pelle senza chiedere niente in cambio.

Toringrad è un giallo ruvido, discreto e misurato, dal meccanismo incisivo e perfettamente oliato, per nulla dedito alle tentazioni del sensazionalismo o alle stoccate del pulp. Pulito, lucido, attento, di una scrittura diretta e agile e di mosse astute e feline. Occhi, cuore, cervello, nervi.  Un viaggio solo, dentro una collezione di roba sbagliata, alla scoperta familiare e realistica di un sottobosco corrotto e sguaiato di tossici, gioco d’azzardo e puttane indipendenti con la laurea nella borsetta, che ti smuovono i pensieri e le paure. Denaro sporco, depistaggi e intercettazioni, in una Milano che non è bene per niente, in alberghi di fortuna e frigobar che sei troppo stanco per svuotare. Scaltro e inesorabilmente al galoppo verso l’epilogo, Levani costruisce un romanzo dalla geometria essenziale e dalla solida impalcatura. Che c’è un momento esatto per tutto. E allora eccolo a rifilare spedito anelli di dialoghi e sequenze descrittive con graffio ironico e naturalezza, mentre il suo protagonista dice forte e sempre Io. Intenso e affascinante, Toringrad è una boccata di fumo senza filtro che arriva diretta in gola, addensando falle di sistema, codici d’onore, storie disgraziate e pericolose di fame, povertà e coraggio. Arde appassionato dei silenzi e dei rimpianti di tutti quegli uomini dalla morale di ferro, ligi a un destino di delinquenza, che non hanno potuto scegliere o che vivono all’ombra di un passato ingombrante, preferendo il pane comunista della campagna agli appartamenti in centro che i figli della malavita hanno comprato per loro.

Erika Di Giulio


Toringrad
Autore: Darien Levani
Casa editrice: Edizioni Spartaco, 2016
Pagine: 175


mercoledì, giugno 08, 2016

L’odore della polvere da sparo, di Gianni e di altre Storie

Ad aprile invece di sbocciare la primavera, fuori si scatena la tempesta e piove, senza finirla mai. Siamo a Potenza, nel 1947. Quella mattina pure l’Eneide se ne esce a fatica e il professor Marotta sembra nervoso, preoccupato. Gianni all’epoca è ancora e solo un sensibilissimo liceale. Da grande farà l’attore di teatro e sarà bravissimo. Lui ancora non lo sa, ma se lo sente forte dentro. Quella mattina mentre Didone, furente di sentimento se ne va in giro come una pazza per la città, i contadini affamati delle campagne scendono in piazza e la polizia spara grosso. Inizia da qui il racconto di Gianni Ceccante. Una strage. La fuga con il compagno Diavolorosso, un ombrello e una cartella da riconsegnare. Una libreria di sera, tra uomini e donne d’anarchia.

È lo scrittore e amico Pietro Mattei a farsene portavoce, affidandoci una storia che si ammatassa irrequieta sulla corda degli anni difficili della tensione e della protesta, anni di dolori e passioni disperate nel tempo del fascismo mai finito e sempre carnefice.

L’odore della polvere da sparo è quello indimenticabile e acre della Storia che ti resta attaccata alla pelle, l’eco addosso delle voci scordate che quella Storia hanno attraversato, patito, combattuto, nel grigionero del regime che ha intossicato l’aria, generando guasti e rovinose metastasi. Coco traghetta e porta in salvo memorie e anime obliate, luoghi insanguinati dalla bestemmia del fascismo, aneliti di rivoluzione, desideri di riscatto, dolcissimi chiarori d’intimismo. E incassando la pietra della microstoria nel flusso vorace degli eventi ufficiali del secondo dopoguerra, impedisce loro di precipitare per sempre. Coco canta i cavalieri, l’armi e l’amore con la passione di uno storico e di un documentarista dell’anima. E la scrittura è densamente popolata e ricca di suggestioni. Intrisa e imbevuta di voci e testimonianze. Prolifica e significativa. Ama penetrare i tempi, indagando attimi e momenti in tutto il loro carico storico ed emotivo.

Il sentimento filiale e la sensuale devastante preveggenza di Alejandra, la Maga. Il dramma dell’Argentina, rivoluzione libertaria e resistenza intellettuale. Roma del centro storico e dei caffè. Le dita nella crema, un tango di Gardel, due libri tanto importanti e poi via, a raccogliere esistenze altrove. Fino all’epilogo torinese in onore di Camillo, orologiaio anarchico. Nell’illusione collettiva di libertà e uguaglianza, nel corpo a corpo tra individuo e Storia e tra sogni e teatro, la cultura e l’amore sconfinato per la poesia, diventano armi di protezione, difesa, autodeterminazione. Romanzo colto dalla vita, che ancora respira, L’odore della polvere da sparo è una storia che vibra ardentemente di se stessa. Una meraviglia.

Erika Di Giulio



L’odore della polvere da sparo
Autore: Attilio Coco
Casa editrice: Edizioni Spartaco, 2015
Pagine: 270

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lunedì, giugno 06, 2016

L'Effetto Lucifero dei Homicide Hagridden

Il mensile Cinema Free ritorna ad ascoltare, sondare e scoprire un nuovo gruppo: gli Homicide Hagridden che hanno autoprodotto il nuovissimo Effect Lucifero, un album travolgente. Dopo il fortunato e precedente Us, la metal band presenta il nuovo full-lenght: otto brani scritti e cantati dalla formazione eccentrica sempre in puro stile thrash. Nello specifico: Stefano Moda (batteria) è il protagonista della produzione di questo nuovo disco, come spiega Max (chitarra/voce) il quale, parlando molto positivamente del lavoro svolto sul precedente album, dichiara che, oltre alle registrazioni, anche il mixing e il mastering sono stati elaborati dal drummer.
Il genere che la band esegue e la sua definizione deriva dal verbo to thrash (in inglese "battere, percuotere") e ha ottenuto successo prevalentemente negli anni ottanta, inizi novanta e anni 2000 fino ai giorni nostri, influenzando alcuni stili venuti dopo come death metal, black metal, punk metal ed altri più recenti come il metalcore. Nell'opera parti più melodiche si alternano a quelle estremamente sincopate, rabbiose e d'impatto come una lunga corsa che finisce in un grande crash.
Un album solido, che sputa fuori tutta la rabbia tra il fuoco e le vampate dell'inferno, estremamente ritmato e cadenzato con suggestioni Ska, un prodotto very strong and rebel. Nell'ascolto di questo album fiammate le parole vi seppelliranno vivi, una carica di energia mai sentita!
Un opera per veri seguaci del thrash metal, in cui da copione non poteva mancare la semi-ballata The unsaid, sinuosa con andatura medio veloce, strumentale, suggestiva e grintosa al punto giusto nel finale.
Nel complesso l'opera dei Homicide Hagridden si presenta ben strutturata, curata nella ritmica della batteria, con inserimento di superbe chitarre elettriche in Purify, che rende la composizione estremamente accattivante. Gli Homicide Hagridden contaminano il genere in modo originale ma rimangono abbastanza classici nella rivisitazione, delineando una conformazione stilistica unica. Consigliati per la vitalità che emanano, stupefacenti!

Sonia Cincinelli







Che ne pensi dei Homicide Hagridden?


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